Sarà anche come scritto in questo post di Ninja Marketing o in quest’altro di MaxKava, o anche in queste tre discussioni su Friendfeed, cioè che a Wired Italia bisogna fare i complimenti per la campagna di candidatura al Nobel per la Pace, Internet for Peace, se non per il risultato almeno per la campagna stessa.
A me invece tutta la questione ha infastidito parecchio. Sono uno di quelli che ritiene che alcune cose dovrebbero essere prese seriamente. In questo caso è l’intelligenza dei lettori a non essere stata presa seriamente.
Fin dall’inizio l’idea è sembrata pretestuosa: ok, in Iran la rivolta dei sostenitori di Mousavi era organizzata anche tramite Twitter e le informazioni trapelavano nonostante la censura. Ma tanto basta per fare di Internet un candidato al Nobel per la Pace? Internet è un mezzo e può essere usato per lo scambio di foto pedopornografiche così come per mantenere in piedi una rete di dissidenza in un paese sotto dittatura. Allo stesso modo di qualsiasi altro mezzo, dalla posta al telefono passando per i piccioni viaggiatori. Sarebbe però coperto dal ridicolo chi proponesse i piccioni viaggiatori al Nobel per la Pace, e giustamente.
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Senza entrare nel merito delle regole del Nobel stesso, e al di là della proposta in sé, c’è anche una questione di scoprire l’acqua calda: il direttore di Wired Riccardo Luna forse faceva un altro mestiere quando nel 1999 la radio serba B92 fu chiusa dal regime di Milosevic e si trasferì su Internet per continuare le sue trasmissioni contro un regime, anche quello, autoritario.
Che va anche bene, non siamo mica qui a fare a chi c’era prima: solo che se ti accorgi con dieci anni di ritardo queste potenzialità di Internet, forse prima di farsi folgorare e sentirsi novello profeta, poteva valere la pena chiedere in giro.
A meno che tu non lo stessi facendo per un altro scopo e la pace fosse un pretesto. C’è chi crede che questo scopo siano le vendite della rivista o la diffusione del brand, come nei già menzionati articoli e discussioni, e ci può anche stare. A me è sembrata un’altra cosa.
In tutta onestà mi ha dato l’impressione che l’intera campagna fosse orientata più che altro ad accreditare il direttore della rivista come mâitre-à-penser in un ambiente dove almeno all’inizio è stato considerato poco più di un parvenu (scoprire Internet nel 2009…).
Con scarsi risultati, a mio parere: c’è chi non ha mai sopportato l’iniziativa, come me, chi la giudica con il cinismo dell’esperto di marketing, chi non non se n’è manco accorto, e sono la maggioranza.
Di certo un effetto su di me l’anno avuto: a inizio campagna ho deciso che non avrei rinnovato l’abbonamento.
A onor del vero non solo per questo: anche articoli come quello sulla gelateria Grom, nel quale veniva spacciata per innovazione quello che la Coca-Cola fa da un secolo (inviare gli ingredienti che devono essere solo mescolati), hanno avuto la loro influenza.
Update (11/11/2010@17:42): Riccardo Luna risponde alle diverse obiezioni sollevate. Dice che Internet for Peace non era una campagna di marketing, non aveva lo scopo di “accreditare l’immagine di Luna quale Internet-man” (sic), non serviva né è servita a vendere più copie della rivista, tutt’altro: l’editore era contrario, peccato non sia stato ascoltato. E quindi? Perché è stata intrapresa? Il crederci mi pare un po’ poco. Ora si trova in mezzo al fuoco di chi lo ha sempre criticato e, dato il risultato, anche di qualcun altro in più. C’è da dire che avrebbe potuto discuterne con quella rete che dice di amare, ascoltare le obiezioni prima di lanciarsi a capofitto. Per rispondere alla sfida finale del suo post, non lo so chi aveva ragione, ma credo che il tempo dirà che Luna ha avuto torto.









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